Il Nautilus griffato Tiffany & Co. è giunto fra noi come un’epifania. E non si parla d’altro, va da sé. Un’operazione commerciale che si fa archetipo epocale di cattivo gusto. Volgare nelle spudorate finalità speculative, volgare nell’esecuzione, che con quell’azzurrino patacca stupra la sobria profondità del Jumbo 3700/1 originale, strizzando l’occhio alle mogli rifatte di qualche oligarca russo più che ad Audrey Hepburn. Ma tutti ne parleranno e già ne parlano in toni mariani, come di un’apparizione della Vergine, definendolo “celeste”, “miracoloso”, “da sogno”.

Il sogno di un mondo dove tutti sognano la stessa cosa perché sognata da tutti. Viviamo mascherati e siringati da un conformismo così opprimente che quasi viene voglia di quarantena volontaria. La società si organizza sulla tendenza all’imitazione, diceva Jung o qualcuno che aveva studiato la testa delle persone. E se la volgarità è il pieno rigoglio del conformismo, l’orologeria da parvenu è il pieno rigoglio della volgarità, dove tutti vogliono la stessa cosa senza sapere perché e sono disposti a pagarla 50 volte il suo già sopravvalutato prezzo di mercato pur di poterla ostentare. 

Patek Philippe Nautilus 5711/1A-018 “Tiffany Blue”

Ora, non amo far la parte del purista fondamentalista con la puzza sotto il naso. Ci sono operazioni di marketing dove si percepisce il guizzo dell’idea e non ci si sente meno donne o meno uomini lasciandosi infinocchiare. Non tutto ciò che viene fatto per vendere è sciatto o volgare. Adorno avrebbe scritto che la libertà non è nello scegliere fra un quadrante champagne o argenté, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Tuttavia, quando ci sono l’ingegno del bello e il bello dell’ingegno, anche la reificazione diviene sopportabile, finanche avvincente. Ma quando si parla di ‘status watch‘, ormai la tendenza all’imitazione è così totalizzante da non lasciar respiro all’idea e più una cosa è dozzinale, più è riconoscibile anche da chi nulla comprende della materia, più diventa commercialmente vincente.

Certo, all’inizio c’è spesso lo slancio vitalistico dell’intuizione. Quella di Genta, in questo caso. E c’è la squisita creanza manifatturiera, quella di Patek Philippe, in questo caso. Ma l’uso che se ne fa oggi è biasimevole. Si prende quell’eredità per spremerla, per mungerla, se ne strizzano le mammelle senza riguardo fino a che non se ne ricava gocce di guadagno. Ciò precisato, non ci sarebbe niente di luciferino nel coccolare il cattivo gusto e gli istinti imitativi della folla a fini di lucro, se si avesse almeno la decenza di ammetterlo. E invece no! Il diavolo veste Tiffany. 

Ma come si agisce in questi casi? Con tattiche e ipocrisia da mercanti fenici. Quando ti accorgi che la gente brama un tuo prodotto, invece di realizzarlo nelle giuste quantità per soddisfare le richieste, riduci la produzione, sobillando la domanda. Prontissimo a lamentarti della speculazione che accompagnerà proprio quei tuoi prodotti e rivendicando indignato che tu non fai orologi da esibire al cocktail bar, ma alta orologeria per conoscitori. Speculazione che potresti istantaneamente eliminare aumentando quella produzione che avevi volontariamente limitato. E quando vuoi mandare in sollucchero il mercato modaiolo più invasato, prenderai quell’orologio che tutti vogliono e ne annuncerai il ritiro dal commercio. Cionondimeno, mentre lo annuncerai, ne farai uscire un’ultima edizione, per colorare di verde trendy l’orgasmo dei clienti beta e la neve della valanga speculativa.

Patek Philippe 5204R-011

Infine, terminata anche l’ultima ristampa di ciò che avevi annunciato di voler togliere dal commercio, calerai l’edizione speciale in collaborazione con un marchio che come pochi altri solletica le fantasie “aspirazionali” e con il quale Patek Philippe collabora da 170 anni, ovvero da ben prima del tuo arrivo. Così, 170 clienti appassionati di alta orologeria come io lo sono di sostenibilità, consumeranno una soddisfazione da Tiffany, mentre i finti appassionati si dedicheranno all’autoerotismo feticistico immaginando di averne uno al polso o in cassetta di sicurezza. Nel frattempo, le quotazioni dello sportivo azzurrino supereranno in tromba quelle di un 5204R, sontuosa variazione sul tema del cronografo à rattrapante con calendario perpetuo 5004, referenza di per sé difficile da migliorare.

Questa è la fine – forse – dell’orologio sottomarino Nautilus 5711: un trionfo commerciale; un naufragio di stile epocale.