Watch Talks con François-Paul Journe “Essere indipendenti significa creare senza compromessi”

Cari amici di Perpetual Passion, è per me un grande onore condividere con voi l’intervista a François-Paul Journe, considerato il più grande orologiaio del nostro tempo. Introdurre un nome così iconico nella comunità orologiera potrebbe sembrare superfluo: Monsieur Journe è, a tutti gli effetti, il moderno erede del leggendario Abraham-Louis Breguet, maestro orologiaio che ha segnato la storia. Come il suo illustre predecessore, Journe unisce in ogni creazione genialità tecnica e raffinatezza, dando vita a opere che rappresentano il perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione.

Questa straordinaria conversazione ci permette di scoprire i segreti dietro le sue creazioni, la visione unica che lo guida e il pensiero di un uomo che sta lasciando un’impronta indelebile nella storia dell’orologeria. Preparatevi a un viaggio affascinante nel mondo di François-Paul Journe.

MATTEO BEGA

Prima della nostra intervista ho avuto il piacere di pranzare nel ristorante che porta il tuo nome, “F.P. Journe Le Restaurant”: ti senti, in qualche modo, simile a uno chef mentre crei un orologio, combinando arte, tecnica e passione?

F.P. JOURNE

Se vuoi, ma c’è una differenza. Un piatto può evolvere ogni giorno, può cambiare, migliorare qualcosa, può creare una nuova variante, insomma. E ha più libertà. Nell’orologeria, una volta che ho creato la “ricetta” per un orologio, non posso più modificarla. È definitivo.

François-Paul Journe e lo Chef Dominique Gauthier

MATTEO BEGA

In un mondo dominato da marchi fortemente controllati da grandi gruppi, di lusso o finanziari, che valore dai all’indipendenza creativa?

F.P. JOURNE

Beh, la risposta è nella domanda. È ovvio. Io mi preoccupo di fare quello che voglio fare, quindi sono completamente libero. Non seguo un processo di marketing, non mi trovo in quel contesto.

MATTEO BEGA

Cosa resta da sperimentare o inventare oggi nel campo dell’orologeria?

F.P. JOURNE

Mentalmente, non molto. Alla fine si tratta di combinazioni: ruote, scappamenti, ingranaggi, molle. Certo, si può giocare con i bilancieri, con lo scappamento, ma non inventeremo nulla di veramente nuovo. È come una partita a scacchi: puoi giocare, ma non sarà mai la stessa partita.

Ci sono state due grandi invenzioni fondamentali: Charles Édouard Guillaume con l’Invar, per compensare gli effetti della temperatura sui metalli; L’invenzione del movimento al quarzo, una grande rivoluzione per l’orologeria.

Ora ci sono gli orologi atomici. Ma oltre a questo, non c’è molto di veramente innovativo.

MATTEO BEGA

I tuoi orologi sono conosciuti per la loro identità distintiva. Qual è, secondo te, l’elemento fondamentale che definisce un orologio F.P. Journe? 

F.P. JOURNE

È una domanda complessa. Non è semplice rispondere, perché mi sono divertito a sperimentare con diversi orologi, cercando di infrangere un po’ i codici.

Ho provato a rompere gli schemi, ma in fondo restano sempre presenti. Per esempio, quando ho creato il cronografo per Only Watch nel 2017, ho cambiato tutto: lo stile delle mie cifre, ogni dettaglio. L’obiettivo era fare qualcosa di diverso. Eppure, nonostante i cambiamenti, rimane comunque riconoscibile come mio.

Prendiamo l’FFC: con quell’orologio ho completamente rivoluzionato il modo di indicare l’ora, distanziandomi moltissimo da tutto ciò che avevo fatto prima. Oppure il “Vagabondage”, dove ho persino rimosso il logo, perché non era necessario. Eppure, anche senza logo, tutti hanno riconosciuto che fosse un mio lavoro.

Credo che questo rifletta il mio modo di fare le cose. È un po’ come nella musica: un pianista ha uno stile unico che emerge in ogni esecuzione, che stia suonando Chopin o Bach. Se ascolti, per esempio, Arthur Rubinstein suonare Chopin, lo riconoscerai tra mille. È il suo stile, ed è inconfondibile.

Ecco, penso che per i miei orologi valga lo stesso principio: c’è sempre qualcosa di profondamente mio che li rende riconoscibili, anche quando cambio tutto.

MATTEO BEGA

Qual è stata la complicazione più impegnativa che hai sviluppato e come hai affrontato le sfide che ti si sono presentate?

F.P. JOURNE

Quella che mi ha richiesto più tempo per renderla affidabile è stata la Grand Sonnerie. Perché già di per sé c’è il tema di far uscire il suono dalla cassa. Ma anche perché questo tipo di movimenti include molle e sistemi di richiamo, dove bisogna considerare ogni milligrammo di forza con estrema precisione… A differenza di altre complicazioni che si basano sugli ingranaggi. Gli ingranaggi sono più semplici perché ruotano.

Quindi, sono soprattutto le molle che rendono tutto complicato. Come dicevo, nella grande e piccola suoneria, la difficoltà sta nell’integrare tutte le molle presenti. È piena di piccole molle che devono essere calibrate correttamente, in modo da poter spostare gli elementi esattamente come richiesto. Questa è la sfida maggiore, perché la grande e piccola suoneria è l’orologio più complesso in assoluto. Invece, con gli ingranaggi è più semplice: sono ruote che girano e non hanno bisogno di essere calibrate nello stesso modo.

Inoltre, tutto deve essere estremamente leggero per poter funzionare in modalità suoneria, soprattutto nella grande suoneria, dove il peso si scarica sulle ruote. Qui serve una precisione incredibile. È come posare una mosca su un elemento, con delicatezza estrema.

E poi, ci sono sempre quelle cose che cerco di fare, che mi piace fare, perché è sempre stato un piacere per me trovare soluzioni a queste sfide. Per esempio voglio che siano facili da utilizzare, sicuri, senza bisogno di complicazioni o accessori aggiuntivi. Tutto tramite la corona, tutto con estrema semplicità.

MATTEO BEGA

Hai realizzato orologi estremamente complicati, c’è sicuramente un altro orologio…

F.P. JOURNE

Quello che mi ha richiesto più tempo è stato l’Astronomic Souveraine, naturalmente. Questo perché per sei o sette anni, non riuscivo a trovare il concetto giusto, il quadrante, l’estetica, tutto quanto. Ma una volta individuato il concetto e tutto il resto, tutto è diventato più semplice, perché sai dove stai andando e puoi procedere. Spesso, infatti, è proprio il concetto la parte più difficile da definire.

E lo stesso è successo con l’ FFC, il “Coppola”: è stata una questione di concetto. All’inizio, non volevo avventurarmi su quella strada. Poi, piano piano, mi sono lasciato coinvolgere, ma è stato solo quando mi è venuta l’idea di utilizzare il pollice per visualizzare le ore tramite il sistema binario che Francis è riuscito a fare lo schizzo. A quel punto ho iniziato a lavorare, perché finalmente sapevamo cosa fare. Prima, invece, non avevamo idea di dove andare.

Soprattutto su questo orologio non volevo che, come farebbe chiunque oggi nel settore, si aggiungesse un secondo bariletto per far funzionare i meccanismi. Io volevo che fosse un orologio pratico, facile da indossare. È stato necessario inventare soluzioni ultraleggere, che richiedessero il minimo indispensabile di energia, quasi nulla, e che questa potesse accumularsi senza sprechi.

In questo modo, sono riuscito a far funzionare il meccanismo di visualizzazione delle ore in modo che, quando si attiva, una molla entra in azione caricandosi in un’ora, per poi liberare un ‘volano d’inerzia’ in platino che acquisisce velocità e, una volta raggiunta, è lui a svolgere il lavoro. È la velocità e tutta l’energia accumulata al suo interno che permettono il funzionamento. Perché, se non si fa così, si ha una molla che all’inizio avvia il meccanismo, ma poi tutto si fermerebbe a metà strada, dato che non riesce a proseguire perché l’energia diminuisce. La molla, invece, serve almeno a lanciare la trottola (o volano d’inerzia), che poi continua a girare autonomamente. Il tutto in una frazione di secondo.

E’ un sistema che ho già utilizzato sul Calendario Perpetuo a scatto istantaneo, per far scattare i grandi dischi.

MATTEO BEGA

Esiste un tipo di orologio che non vedremo mai con il nome di François-Paul Journe?

F.P. JOURNE

Tutto ciò che vedete al di fuori di qui. È una bella risposta alla domanda.

MATTEO BEGA

Esistono tecnologie o materiali emergenti che ti entusiasmano e che vorresti esplorare nelle future collezioni?

F.P. JOURNE

Ci sono alcuni metalli che utilizziamo già da tempo, come acciai anti-magnetici o acciai davvero inossidabili, oltre a leghe che risultano più scorrevoli rispetto ad altre. L’idea sarebbe di trovare materiali ancora più resistenti alla corrosione o, addirittura, con proprietà come l’auto-lubrificazione, oppure con caratteristiche innovative, ma sempre in linea con la tradizione. Il problema, però, è che la metallurgia non si è evoluta molto negli ultimi anni, perché l’industria si concentra su grandi volumi. Sviluppare qualcosa di specifico per l’orologeria, che è un settore così piccolo, non è economicamente sostenibile. Per questo i progressi sono quasi fermi.

Personalmente, preferisco comunque restare fedele ai materiali tradizionali dell’orologeria. Non cerco rivoluzioni, ma piuttosto piccoli miglioramenti nei materiali che già conosciamo. Ad esempio, come abbiamo fatto con l’oro: abbiamo trovato una lega che rende alcune componenti più performanti. È un processo continuo, dove ogni anno si possono fare piccoli passi avanti, restando comunque ancorati alla tradizione.

MATTEO BEGA

In un’epoca in cui molte marche esternalizzando la produzione dei componenti, voi avete mantenuto un livello significativo di produzione interna. Potresti spiegarci perché questo è importante e quali sfide comporta questa scelta?

F.P. JOURNE

Abbiamo iniziato a verticalizzare nel 2005, quindi ormai sono quasi 20 anni.

All’inizio, è stato soprattutto per il mio piano di realizzare la grande suoneria. Con la grande suoneria, se c’è un componente che non va bene, non puoi permetterti di aspettare un fornitore per uno o due mesi, altrimenti ci metti dieci anni per svilupparla. Io, invece, preferisco che se qualcosa non va, si ricomincia subito e si sistema per la settimana successiva.

Un altro aspetto fondamentale è il controllo su ciò che facciamo. La precisione è tutto: se ricevi un lotto di componenti che non sono perfetti, non puoi fare nulla.

Inoltre, produrre internamente significa padroneggiare ogni fase del processo. Grazie a questo, possiamo contare su orologiai che lavorano al meglio, senza dover “arrangiarsi” con soluzioni di fortuna. Non c’è niente di peggio che dover rattoppare o improvvisare per far funzionare qualcosa.

Per quanto riguarda il quadrante e la cassa, è una scelta strategica. Se affidi la produzione di elementi estetici e decorativi a fornitori indipendenti, rischi che, una volta sviluppato qualcosa di unico con loro, lo vendano a chiunque. Non puoi lavorare in questo modo.

Ad esempio, il quadrante del Chronomètre Bleu: se fosse stato realizzato da un fornitore esterno, ora lo si troverebbe ovunque.

MATTEO BEGA

Questo è uno dei motivi per cui non lo hai brevettato, giusto?

F.P. JOURNE

Esatto, perché un brevetto implica la pubblicazione. Ma quando creiamo disegni o esplosi, posso dire a chi li realizza: “Rimuovi questo pezzo e sostituiscilo con un altro”. In questo modo evitiamo di cadere in trappole tecniche che sarebbero facili da riprodurre per gli altri.

Prendiamo, ad esempio, la Grande Sonnerie. Ho progettato i râteaux (rastrelli) posizionandoli al centro del movimento, e abbiamo brevettato questa soluzione. Quando Jaeger-LeCoultre ha provato a fare una Grande Sonnerie, hanno spostato i râteaux leggermente fuori centro, non esattamente nel cuore del movimento. Questo dimostra quanto sia importante il modo in cui un brevetto viene scritto: avremmo dovuto specificare meglio, ad esempio definendo un’area precisa attorno al centro del movimento. Poiché il brevetto era formulato in modo ambiguo, Jaeger ha potuto aggirarlo facilmente.

MATTEO BEGA

Guardando all’eredità di F.P. Journe nel mondo dell’orologeria di lusso, cosa speri che le future generazioni diranno del tuo lavoro?

F.P. JOURNE

Diranno quello che vorranno, ma non è una mia preoccupazione. All’inizio, quando vedevo che qualcuno mi copiava, mi infastidiva. Pensavo: “Possibile che non riescano a inventarsi qualcosa di diverso?” Ora, però, lo considero un omaggio, un riconoscimento al mio lavoro.

Quando ho iniziato a creare orologi, nessuno faceva quello che facevo io. All’epoca non esisteva nulla del genere, non era mai stato fatto. E ora, da 20 anni, trovi alcune mie soluzioni dappertutto. Guarda i modelli che oggi si vendono da Patek Philippe, hanno 30 anni. Sono passati 30 anni con quell’estetica, con quei movimenti, quei dettagli.

Quello che invece mi lascia perplesso nelle nuove generazioni è che si concentrano quasi tutti a creare orologi a tre lancette, con o senza tourbillon, rifiniti con lucidature impeccabili, ma poi? Qual è il valore aggiunto? È un livello tecnico da tre su dieci. Non c’è un vero progresso tecnico o concettuale, capisci? Non si va oltre.

Nel 2005, o meglio nel 2004, c’è stato un problema con Swatch Group a causa di Jacquet Droz. Ci fu una causa legale. Ero a Hong Kong, stavo parlando con qualcuno, e mi venne un’idea. Dissi: “Stanno imitando un quadrante. Questo lo possono fare tutti.” Fu allora che decisi di fare qualcosa di diverso. Stavo presentando il Chronomètre Souverain e dissi: “Metterò una ripetizione minuti nel Chronomètre Souverain senza cambiare nulla: né i bariletti, né le dimensioni della cassa.” Mi dissi: “Questo non potranno copiarlo.” Ed è questa la differenza.

MATTEO BEGA

Le piccole manifatture di alta qualità superano i grandi marchi di lusso. Cosa pensa del settore orologiero nel suo complesso?

F.P. JOURNE

L’industria orologiera è una realtà a parte. Noi, artigiani indipendenti – e io ne faccio parte – produciamo in volumi troppo piccoli per soddisfare la domanda globale. Ed è qui che entra in gioco l’industria. Le grandi aziende, spesso quotate in borsa, hanno il compito di “tappare i buchi”, per così dire. Quando c’è una crisi, licenziano, poi ripartono da capo. Questo è il loro modello.

Chi ama davvero il lusso e desidera orologi che siano l’essenza del meglio, la “crème de la crème”, preferisce rivolgersi a noi o a manifatture simili, perché è qui che si trova ancora qualcosa di davvero unico. Tuttavia, questa eccellenza è limitata dalla nostra capacità produttiva: produciamo così poco che non possiamo soddisfare tutti.

È anche per questo che gli orologi raggiungono quotazioni altissime nelle aste o su piattaforme come WatchBox. Non è solo una questione di qualità, ma anche di scarsità: semplicemente, non siamo in grado di produrne abbastanza per soddisfare la domanda.

MATTEO BEGA

Qual è la chiave per mantenere l’esclusività e l’essenza dell’orologeria di prestigio, soprattutto quando si cerca di ampliare la produzione?

F.P. JOURNE

Stavo per dire ai miei colleghi, a tutti questi giovani che realizzano 20, 30, 40 orologi all’anno: “Dovreste puntare a farne 1.000.” Con 1.000 orologi all’anno, magari noi artigiani arriviamo a dieci o quindicimila orologi prodotti in totale, e a quel punto si costruisce una vera clientela. Altrimenti, tutto rimane solo una bella storia.

Per quanto riguarda il lusso, ci sono diversi livelli: piccolo lusso, medio lusso, grande lusso, è così che funziona. Non possiamo dire che un Rolex sia lusso: è industria. Anche Patek Philippe è industria (Patek produce circa sessantamila orologi all’anno, contro i mille di F.P. Journe). Certo, è industria di lusso, ma sempre industria.

La piramide del lusso funziona così: in cima c’è l’ultra-lusso, un segmento molto ristretto. Più si scende lungo la piramide, più la base si allarga e la base rappresenta la produzione, e si perde l’essenza del lusso. Alla fine, quando si arriva alla produzione di massa, non è più vero lusso. Questo è, più o meno, come intendo io il lusso.


Un sentito grazie al team F.P. Journe, PassaparolaRP e GMT Italia per l’opportunità e la disponibilità nel rendere possibile questa intervista.

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