Tudor celebra l’aviatrice italiana Carina Massone Negrone nel documentario La Pilota

Lo scorso 11 giugno, nella cornice di Volandia, Tudor ha presentato in anteprima La Pilota, il documentario dedicato a Carina Massone Negrone: aviatrice genovese, pioniera del volo e protagonista di una delle imprese più straordinarie dell’aviazione italiana.

Una serata pensata per celebrare il legame tra l’alta quota e lo spirito Born To Dare, ma anche per riportare alla luce la storia di una donna che ha saputo incarnare il coraggio in una forma concreta, silenziosa, lontana da ogni retorica.

Nel 1935, a bordo di un biplano con abitacolo aperto, Carina Massone Negrone raggiunse i 12.043 metri di altitudine, stabilendo un record mondiale per la quota più alta mai raggiunta da un biplano a elica. Un primato che, ancora oggi, racconta meglio di molte parole la sua indole: audace, determinata, profondamente libera.

Ma prima ancora della figura storica, prima ancora dei record e dei riconoscimenti, c’è stata una nonna. Per Jos Bendinelli Negrone e Madalena Negrone, gli orologi Tudor appartenuti a Carina non sono soltanto oggetti legati a una grande storia di coraggio. Sono prima di tutto eredità familiari. Segni concreti di una presenza, di un carattere, di un modo di vivere.

Abbiamo incontrato Jos Bendinelli Negrone in occasione della première di La Pilota a Volandia, per parlare della memoria di sua nonna, del documentario realizzato da Tudor, degli orologi che l’hanno accompagnata e di quella sottile linea che unisce coraggio, concretezza e valore del fare. orologi che l’hanno accompagnata e di quella sottile linea che unisce coraggio, concretezza e valore del fare.

MATTEO BEGA

Prima ancora del record e della figura storica che oggi rappresenta, chi era Carina Massone Negrone per la vostra famiglia?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Per noi era semplicemente la nonna.Sembra una risposta banale, ma è davvero così. Lei è mancata nel 1991 e noi, da bambini, non avevamo piena consapevolezza di quello che avesse fatto. Forse a un certo punto ci era stato detto che volava, ma quando sei piccolo certe cose non le capisci davvero.

Renato Scloza (Brand Manager TUDOR watches Italy), Jos Bendinelli Negrone e Matteo Bega

Cresci con tua nonna come con qualsiasi altra nonna. Vai al mare, le chiedi qualche moneta per giocare, passi del tempo con lei. Noi la vivevamo così: una presenza familiare, normale, quotidiana.

Poi, crescendo, sono arrivati i racconti, gli articoli, gli eventi, il francobollo a lei dedicato. E allora piano piano abbiamo iniziato a mettere insieme i pezzi. Abbiamo capito che dietro quella figura familiare c’era una storia molto più grande.

MATTEO BEGA

Che ricordo hai di lei nel quotidiano?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Era una persona molto forte, molto pratica, ma anche simpatica. Ricordo che quando eravamo piccoli ci faceva guardare i film di Bud Spencer. All’epoca c’erano le videocassette: lei ci metteva sul letto e faceva partire questi film. Era una cosa semplice, molto familiare.

Jos Bendinelli Negrone

Poi c’era il mare. Lei nuotava tantissimo, anche in età avanzata. Usciva con le pinne e faceva chilometri. Io ero un bambino, avrò avuto otto anni, e lei mi diceva: “Forza, andiamo a nuotare”. Dopo un po’ volevo tornare indietro, ma lei insisteva. Non era una nonna che ti diceva subito: “Poverino, torniamo”. Era più una da: “Muoviti, ce la fai”.

E secondo me questa cosa, da bambino, ti resta. Ti insegna che le difficoltà non sono sempre qualcosa da evitare. A volte sono proprio quelle che ti formano.

MATTEO BEGA

Quando avete iniziato a capire davvero l’importanza della sua storia?

JOS BENDINELLI NEGRONE

È successo un po’ alla volta. Magari mio padre diceva: “Mi accompagni? C’è l’intitolazione di una piazza per la nonna”. Oppure arrivava a casa con il foglio del francobollo e diceva: “Questo è il francobollo della nonna”. E tu iniziavi a chiederti: ma perché un francobollo? Perché una piazza? Perché questi articoli?

Carina Massone Negrone

Poi sono arrivati i video, i racconti sui record, le testimonianze. A quel punto fai due più due. E la cosa interessante è che, in seguito, riesci anche a collegare la sua personalità familiare con quello che aveva fatto. Capisci che quel modo di essere, quella forza, quella concretezza, non erano separate dalla sua storia di aviatrice. Erano la stessa cosa.

MATTEO BEGA

Avete mai volato insieme a lei?

JOS BENDINELLI NEGRONE

No. Anzi, lei non voleva che volassimo, almeno non in modo superficiale. Il suo punto era molto chiaro: se vuoi volare, lo devi fare seriamente. O lo fai professionalmente, oppure lascia perdere. Per lei il volo non era un gioco. Era pilota collaudatrice, quindi aveva raggiunto un livello altissimo. Poteva volare su diversi tipi di aeroplano. Ma proprio per questo sapeva quanto fosse pericoloso prendere il volo alla leggera.

Carina Massone Negrone e Italo Balbo

Aveva perso amici, conosceva i rischi. Diceva che se vuoi fare il pilota devi farlo davvero, con competenza e preparazione. Se invece lo fai per divertimento, per andare a fare un giro, allora diventa pericoloso.

Per lei il volo era libertà, certo. Ma era anche disciplina.

MATTEO BEGA

Dal punto di vista umano, che donna emerge dai ricordi familiari?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Era molto diretta. Molto schietta. Molto concreta. Poche parole, pochi fronzoli. Non amava raccontarsi troppo e non aveva bisogno di apparire. Faceva le cose, e le faceva bene.

Secondo me era una persona di valore reale. Non costruiva un’immagine di sé. Era semplice nel modo di vivere, ma con una forza enorme. E poi era libera. Ma libera nel senso più naturale del termine. Non aveva bisogno di dichiararlo. Era semplicemente se stessa.

MATTEO BEGA

C’è un aspetto molto attuale in questo: sembra una persona più legata all’essere e al fare che all’apparire.

JOS BENDINELLI NEGRONE

Sì, assolutamente. Era proprio così. Era concreta. Non le interessava l’apparenza. Le interessava che una cosa avesse senso, che funzionasse, che avesse un’utilità reale.

Anche quando parlava degli oggetti, aveva una frase che ripeteva spesso: “Che vantaggio offre?”. Se le mostravi qualcosa, lei ti chiedeva subito quale fosse il vantaggio concreto rispetto a un’altra cosa. Non era cinismo. Era il suo modo di ragionare. Se una cosa era bella ma non offriva nulla in più, restava solo bella. Se invece era utile, intelligente, funzionale, allora acquistava valore.

MATTEO BEGA

Nel documentario compaiono anche due orologi Tudor appartenuti a tua nonna. Che ruolo hanno nella storia familiare?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Gli orologi, nella nostra famiglia, sono sempre stati oggetti importanti. Non tanto come simboli di status, ma come strumenti. E credo che questa sia una distinzione fondamentale. Mio padre ha sempre trasmesso l’idea dell’orologio come qualcosa che deve funzionare, che deve essere affidabile, robusto, concreto.

In questo senso Tudor era perfettamente coerente con la personalità di mia nonna.Era qualità, ma senza esibizione. Massimo risultato, minimo sforzo. Un oggetto solido, utile, poco appariscente. Un po’ come lei.

MATTEO BEGA

Quindi anche la scelta di Tudor racconta qualcosa del suo carattere?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Secondo me sì. Non so se sia un’idea che ci siamo costruiti noi nel tempo, ma in famiglia Tudor ha sempre rappresentato un certo tipo di valore. Mio padre usava anche gli orologi per spiegare concetti di vita.

Il fatto di regalare un Tudor per lui aveva un significato. Voleva dire scegliere qualità senza fare troppo show off. Scegliere la sostanza, non l’apparenza. E questa cosa era molto vicina a mia nonna.

Lei era esattamente così: concreta, diretta, poco interessata a mettersi in mostra. Quindi sì, quegli orologi raccontano qualcosa di lei.

MATTEO BEGA

Uno degli orologi è un Tudor con funzione sveglia. Sapete come lo usasse?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Secondo me lo usava davvero come strumento. Non credo per svegliarsi, perché sinceramente non penso che quel tipo di suono ti possa svegliare davvero. Ma per ricordarsi qualcosa, sì. Oggi abbiamo telefoni, notifiche, calendari digitali. All’epoca no. Se avevi un appuntamento o qualcosa da ricordare, un orologio con sveglia poteva avere un’utilità concreta.

E infatti questo sarebbe stato perfettamente in linea con lei. Se le avessi fatto vedere quell’orologio, probabilmente avrebbe chiesto: “Che vantaggio offre?”. E se tu le avessi risposto: “Suona, ti ricorda le cose”, allora avrebbe detto: “Ah, allora sì. È comodo”.

Era proprio il suo modo di pensare.

MATTEO BEGA

C’è poi il Mini-Sub, che sembra riflettere molto bene il lato sportivo e marino di tua nonna.

JOS BENDINELLI NEGRONE

Sì, lei era molto legata al mare. Nuotava tantissimo, pescava, sciava, faceva sport. Era una persona estremamente attiva. Il Mini-Sub, da questo punto di vista, racconta bene una parte della sua vita.

Non era un orologio da tenere chiuso in un cassetto. Era un oggetto da usare. E questa è una cosa che mi piace molto. Quando guardi questi orologi oggi, non vedi solo degli oggetti. Vedi un modo di vivere. Vedi una persona che li ha indossati perché le servivano, perché erano coerenti con la sua vita.

MATTEO BEGA

Il documentario realizzato da Tudor riporta la sua storia a una nuova generazione. Cosa rappresenta per voi?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Ci fa molto piacere che venga ricordata. E siamo grati a Tudor per aver voluto raccontare questa storia. Non solo per il record in sé, ma per la persona che era.

Perché il record è importante, certo. Ma quello che secondo me vale davvero la pena trasmettere è il carattere. La voglia di fare. La concretezza. Il fatto che fosse una persona capace di vivere secondo quello in cui credeva, senza bisogno di troppe parole. Se il documentario riesce a far emergere questo, allora ha davvero senso.

MATTEO BEGA

Cosa ti auguri che possa lasciare alle persone che lo guarderanno?

JOS BENDINELLI NEGRONE

Mia sorella ha detto: “Nothing is impossible”. Ed è vero, anche se può sembrare uno slogan. Io forse lo direi in modo diverso: chi ha voglia fa. Fare, fare, fare. Oggi spesso le persone fanno fatica anche solo a iniziare. Invece credo che il messaggio sia questo: se una cosa ti interessa davvero, se ci credi, allora la fai.

Poi magari non arrivi al record del mondo. Non è quello il punto. Il punto è averci provato, esserti preparato, aver preso sul serio quello che volevi fare. Secondo me mia nonna sarebbe stata la stessa persona anche se non avesse fatto quel record. Perché il valore non stava solo nel risultato finale, ma nel modo in cui ha vissuto, nell’energia che ha messo nelle cose, nella volontà di fare.

MATTEO BEGA

Viviamo in un’epoca molto legata all’apparire. La sua storia sembra andare nella direzione opposta: concretezza, azione, stile, ma senza autocelebrazione.

JOS BENDINELLI NEGRONE

Sì, ed è forse uno degli aspetti più attuali della sua storia. Oggi vediamo continuamente vite perfette, immagini perfette, risultati perfetti. Ma spesso non sono reali. E questo può anche diventare dannoso, soprattutto per i più giovani. La storia di mia nonna è diversa. Non è una storia costruita sull’apparenza. È una storia costruita sul fare.

Non significa che oggi non ci siano sfide o possibilità. Anzi, ce ne sono moltissime. Ma bisogna ritrovare il valore dell’azione concreta. Del fare qualcosa perché ci credi, non perché devi mostrarlo.

Il tempo è poco. Sprecarlo nell’apparenza, secondo me, è un errore.

MATTEO BEGA

Tudor ha costruito molto della propria identità attorno al concetto di “Born to Dare”. Quanto senti coerente questa associazione con tua nonna?

JOS BENDINELLI NEGRONE

La sento molto coerente. Lei ha osato davvero. Ma non per mettersi in mostra. Ha osato perché voleva fare. Perché aveva una passione, una determinazione, una curiosità.

Nel caso di mia nonna, la sovrapposizione con certi valori è molto forte: il coraggio, la concretezza, la volontà di osare, il rompere i cliché della propria epoca. Credo che sia questo a rendere il racconto così potente. Non c’è nulla di stonato. È una storia vera, con oggetti veri, legami veri e valori che ancora oggi hanno senso.

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