Il 20 luglio 1969, alle 20:17 UTC, il modulo lunare Eagle toccò la superficie della Luna. Poche ore più tardi, Neil Armstrong e Buzz Aldrin sarebbero diventati i primi uomini a camminare su un altro corpo celeste.
Al polso di Aldrin, sopra la tuta spaziale, c’era un Omega Speedmaster Professional. Quello di Armstrong era invece rimasto all’interno del modulo lunare, utilizzato come strumento di riserva dopo il malfunzionamento del timer elettronico di bordo. Da quel momento lo Speedmaster non sarebbe più stato soltanto un cronografo: sarebbe diventato il Moonwatch.
È difficile pensare a un altro orologio capace di creare una connessione così immediata con un avvenimento tanto importante nella storia dell’umanità. Eppure, dopo decenni di celebrazioni, riedizioni e riferimenti alle missioni Apollo, raccontare ancora una volta lo Speedmaster senza ripetersi non è semplice.
Per questo, in occasione dell’anniversario dell’allunaggio, ho scelto di farlo attraverso una versione che presenta quella leggenda sotto una luce differente. Letteralmente. L’Omega Speedmaster Moonwatch Professional con quadrante bianco laccato, referenza 310.30.42.50.04.001, è infatti il mio Speedmaster moderno preferito.
Un Moonwatch diverso da tutti gli altri
Esistono orologi la cui identità è indissolubilmente legata a determinati elementi. Nel caso dello Speedmaster Professional, il quadrante nero con indicazioni bianche è molto più di un codice estetico: è parte integrante della sua storia e della sua natura di strumento.
Quando Omega ha presentato questa versione nel marzo 2024, la prima impressione è stata quindi quella di trovarsi davanti a un Moonwatch completamente nuovo, pur essendo rimasta invariata quasi tutta la sua architettura.
Il quadrante diventa bianco laccato, mentre lancette, indici e minuteria sono neri. Il contrasto rimane elevato, ma il carattere dell’orologio cambia radicalmente. Lo Speedmaster appare più luminoso, contemporaneo e meno austero, senza smettere per un solo istante di essere riconoscibile. È proprio qui che risiede, secondo me, la riuscita di questa versione.
Ho sempre avuto una particolare attrazione per gli orologi con quadrante bianco. Mi piace la luce che restituiscono al polso e il modo in cui cambiano in relazione all’ambiente, all’abbigliamento e all’ora del giorno.
La luce scorre sul fondo e permette di apprezzare meglio la profondità dei tre contatori incavati, la minuteria periferica e gli indici applicati. Dettagli che sul quadrante nero tendono a fondersi in un insieme più omogeneo, mentre qui diventano parte evidente della costruzione del volto dell’orologio.
Il risultato è più raffinato, ma non perde il carattere strumentale dello Speedmaster. La lunetta tachimetrica nera, le lancette scure e la densità delle indicazioni mantengono intatta la sua identità.
Poi c’è la scritta “Speedmaster” in rosso. È un dettaglio minimo, ma interrompe il rigore del bianco e nero, conferisce energia al quadrante e impedisce all’orologio di apparire troppo freddo. Insieme al bianco e all’acciaio, quel rosso mi riporta inevitabilmente agli Stati Uniti e agli anni della corsa allo spazio. Manca il blu per completare letteralmente i colori americani, ma forse è meglio così. Il riferimento rimane personale e quasi istintivo, senza trasformare l’orologio in una celebrazione troppo esplicita.
Dal progetto ALASKA I alle tute degli astronauti
Il quadrante bianco non è soltanto una scelta estetica. Nel 1969 Omega sviluppò l’ALASKA I, un prototipo nato all’interno di un progetto segreto volto alla creazione di un orologio capace di resistere alle condizioni estreme dello spazio.
Il bianco venne scelto anche per la sua capacità di riflettere il calore, mentre una grande protezione esterna rossa avrebbe dovuto difendere l’orologio dalle temperature più estreme. Il nuovo Moonwatch non è una riedizione di quel prototipo, ma ne richiama alcuni elementi: il quadrante bianco e, più sottilmente, la scritta Speedmaster rossa.
Omega indica inoltre come fonte d’ispirazione le tute utilizzate dagli astronauti durante le attività extraveicolari. Il bianco e il nero riprendono i colori delle tute EVA, mentre gli elementi rossi, introdotti a partire da Apollo 13, servivano a distinguere il comandante della missione.
Come si indossa l’Omega Speedmaster White Dial
Le dimensioni sono quelle dell’attuale Moonwatch Professional: cassa in acciaio da 42 mm, spessore di circa 13,2 mm e una distanza tra le anse di 47,5 mm. Numeri che potrebbero suggerire un orologio importante, ma che al polso risultano più equilibrati grazie alla forma asimmetrica della cassa, alle anse ricurve e al bracciale rastremato.
Il quadrante bianco tende naturalmente ad ampliare la percezione delle dimensioni. Rispetto alla versione nera, questo Speedmaster appare più presente e attira maggiormente lo sguardo. Non l’ho però mai trovato eccessivo, nemmeno su un polso medio.
Il bracciale a cinque maglie arcuate è uno degli elementi più riusciti dell’attuale generazione. È sottile, flessibile e alterna superfici lucide e satinate. Rispetto ai bracciali delle precedenti generazioni, accompagna meglio il polso e rende l’orologio più elegante e confortevole.
La lunetta conserva l’inserto in alluminio anodizzato nero con scala tachimetrica e il celebre dettaglio “Dot Over Ninety”, recuperato dalle referenze Speedmaster vintage.
Il calibro Omega 3861
È dotato di scappamento Co-Axial, spirale in silicio e resistenza ai campi magnetici fino a 15.000 gauss. Offre circa 50 ore di riserva di carica ed è certificato Master Chronometer secondo i test METAS. È dotato di scappamento Co-Axial, spirale in silicio e resistenza ai campi magnetici fino a 15.000 gauss.
Il fondello in vetro zaffiro permette di osservarne l’architettura e le finiture. Ma, al di là dei dati tecnici, continuo a pensare che la carica manuale sia una componente essenziale dell’esperienza Speedmaster.
Dedicare ogni mattina pochi secondi alla corona crea un rapporto diretto con l’orologio. È un piccolo rituale che potrebbe sembrare anacronistico, ma che finisce per avvicinare chi lo indossa alla natura originaria del Moonwatch: quella di uno strumento meccanico, affidabile e indipendente.
Un legame con il 20 luglio 1969
Otto anni prima dell’allunaggio, presentando al Congresso l’obiettivo di portare un uomo sulla Luna, John F. Kennedy aveva già compreso la portata dell’impresa: «Nessun altro progetto spaziale sarà più impressionante per l’umanità, né più importante per l’esplorazione dello spazio a lungo termine; e nessuno sarà altrettanto difficile o costoso da realizzare».
Significa portare al polso un orologio che discende direttamente da quello che fu testimone di uno dei momenti più importanti del Novecento.
Il 16 luglio 1969, Apollo 11 partì dal Kennedy Space Center con Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Il 20 luglio Eagle raggiunse la superficie lunare, mentre Collins rimase in orbita a bordo del modulo di comando Columbia. Armstrong mise piede sulla Luna alle 02:56 UTC del 21 luglio, seguito poco dopo da Aldrin, che indossava il suo Omega Speedmaster.
Ancora oggi, ogni volta che osservo la scala tachimetrica, aziono il cronografo oppure carico il movimento, quella storia torna inevitabilmente alla mente. Pochissimi orologi possiedono una forza evocativa paragonabile.
Il mio Speedmaster moderno preferito
La versione con quadrante nero rimane il Moonwatch per eccellenza: la più fedele alla storia, la più riconoscibile e probabilmente quella che meglio rappresenta la purezza del progetto originale. Ma se oggi dovessi scegliere uno Speedmaster moderno da indossare, sceglierei questo.
Il quadrante bianco laccato porta luce al polso, gli indici applicati aggiungono profondità e la scritta rossa conferisce personalità senza diventare decorazione. È un Moonwatch più contemporaneo, forse più elegante e certamente meno prevedibile.
Ma rimane, in ogni dettaglio, uno Speedmaster. E continua, anche a distanza di oltre mezzo secolo, a creare un legame con quel 20 luglio 1969 in cui l’uomo arrivò sulla Luna e il Moonwatch entrò definitivamente nella storia.
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