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Patek Philippe a Milano: Laura Gervasoni racconta la Watch Art 2026

Dal 2 al 18 ottobre 2026 Patek Philippe porterà a Milano la “Watch Art” Grand Exhibition, aprendo al pubblico le porte del proprio universo. Con Laura Gervasoni abbiamo parlato del rapporto della manifattura con l’Italia, della sua indipendenza, della salvaguardia dei métiers d’art e del valore emotivo che continua a distinguere l’orologio meccanico.

Per Milano sarà uno degli appuntamenti orologieri più rilevanti degli ultimi anni. Laura Gervasoni, entrata in Patek Philippe nel 1999, ha osservato da vicino l’evoluzione della Maison e la crescente conoscenza del marchio in Italia. La mostra diventa così il punto di partenza per ripercorrere questa trasformazione e approfondire ciò che si cela dietro la produzione, le scelte e la continuità di una manifattura indipendente.

Laura Gervasoni, direttore generale di Patek Philippe Italia

MATTEO BEGA

Lei è entrata in Patek Philippe nel 1999. Che cosa significa oggi vedere una “Watch Art” Grand Exhibition arrivare a Milano? Cosa rappresenta per lei?

LAURA GERVASONI

È una soddisfazione che, in un certo senso, corona la carriera. Ho visto evolvere la società, non tanto nella strategia o nelle politiche commerciali, nelle quali siamo sempre stati molto costanti, quanto nella conoscenza del marchio. Quando sono entrata, la notorietà di Patek Philippe era molto diversa da oggi. Adesso è difficile trovare qualcuno che non lo conosca, anche se magari non può accedere ai nostri orologi. La brand awareness è cresciuta enormemente.

Non sono la prima a organizzare un’esposizione di questo tipo e non sarò l’ultima, ma tenevo particolarmente ad averla qui. L’Italia è sempre stata un mercato importante, fatto di appassionati e conoscitori. Direi che questa mostra è il nostro Oscar: non il mio, ma quello dell’Italia, del mercato e di tutta la mia équipe.

CityOval • Palazzo delle Scintille

MATTEO BEGA

Non è semplicemente un evento, quindi.

LAURA GERVASONI

No, è l’evento della vita. Avremo due giornate di anteprima dedicate alla stampa e poi, dal 2 al 18 ottobre, l’apertura al pubblico con ingresso gratuito. Vogliamo anche offrire un’immagine forse diversa di Patek Philippe: quella di un marchio certamente esclusivo, ma accessibile a tutti sul piano della cultura e della condivisione della conoscenza orologiera.

Ci saranno attività dedicate ai giovani e una sorpresa per i bambini più piccoli. E non parliamo di un’apertura simbolica di uno o due giorni: saranno diciassette giorni nei quali il pubblico potrà attraversare la nostra storia e i nostri brevetti, incontrare ingegneri, orologiai e artigiani, osservare il lavoro che sta dietro ai Rare Handcrafts e ai quadranti smaltati. Saranno presenti anche i nostri partner commerciali e i concessionari. È davvero un incontro con tutto il mondo Patek Philippe.

Rappresentazione di come saranno gli spazi della“Watch Art” Grand Exhibition

MATTEO BEGA

Che cosa rappresentano Milano e l’Italia per Patek Philippe?

LAURA GERVASONI

L’Italia è sempre stata un mercato di appassionati e conoscitori. Come dice anche il nostro presidente, gli italiani amano il bello. Siamo circondati dalla bellezza naturale, architettonica e artistica: monumenti, sculture, dipinti. A volte non ce ne rendiamo conto, perché tendiamo a darla per scontata, ma ogni piccolo borgo italiano ha qualcosa da offrire.

Abbiamo un gusto quasi innato. L’Italia è sempre stata un mercato capace di fare tendenza anche nell’orologeria: se un modello veniva apprezzato qui, spesso era un buon segnale anche per il resto del mondo.

MATTEO BEGA

È ancora così? In questi venticinque anni è cambiato il gusto dei collezionisti e oggi il mercato è molto più globale.

LAURA GERVASONI

Oggi i gusti sono certamente più globali e la nostra produzione, volutamente contenuta, viene distribuita in molti Paesi. Più che le preferenze dei singoli mercati, credo sia cambiato il profilo della clientela.

All’inizio incontravamo soprattutto collezionisti attratti dalla tecnica e dai movimenti. Oggi alcuni apprezzano maggiormente il quadrante e l’estetica, altri l’innovazione o un brevetto particolare. Credo però che tutti riconoscano in un nostro orologio una qualità molto elevata, una storia e una rarità. Per privilegiare la qualità non possiamo lavorare sulla quantità.

Un Patek Philippe è inoltre un oggetto pensato per essere tramandato. Un iPhone può essere un bellissimo regalo, ma non possiede lo stesso valore sentimentale di un oggetto meccanico. Dalla nascita della manifattura garantiamo la possibilità di restaurare, riparare e manutenere qualsiasi nostro orologio. È questo che gli consente di passare da una generazione all’altra ed è da qui che nasce il filo conduttore della nostra celebre campagna pubblicitaria.

Patek Philippe 6159G-001 Retrograde Perpetual Calendar

MATTEO BEGA

Patek Philippe unisce design, cura dei quadranti, grandi complicazioni e métiers d’art. Quale aspetto vorrebbe che il pubblico comprendesse soprattutto visitando la mostra?

LAURA GERVASONI

Vorrei che le persone uscissero dicendo: «Adesso ho capito perché Patek Philippe è considerata una delle più importanti manifatture al mondo». Non voglio parlare di prestigio o usare superlativi: vorrei semplicemente che comprendessero che cosa c’è dietro un orologio.

Siamo una vera manifattura e produciamo internamente quasi tutto. Naturalmente esistono alcune eccezioni, come i vetri zaffiro e i cinturini. Per le lancette collaboriamo da lungo tempo con una società a conduzione familiare, ma questo non significa che ci manchi il know-how. Abbiamo una partecipazione nella società che produce i rubini , e siamo partner principali nella società che produce i componenti in silicio.

MATTEO BEGA

Come si concilia il successo commerciale con la volontà di preservare nel tempo l’identità e l’esclusività di Patek Philippe?

LAURA GERVASONI

Non si arriva a un certo livello senza coerenza e senza una politica costante. Quando nel 1999 lanciammo il Twenty~4, la richiesta era enorme. La famiglia Stern avrebbe potuto scegliere di produrne quantità molto più elevate. Ha invece deciso di mantenere controllata la produzione, come avviene per determinate referenze. Non si cerca il fatturato immediato, ma la longevità del marchio e delle collezioni.

Pensiamo al Calatrava, nato nel 1932, all’Ellipse o al World Time. Sono famiglie che continuano a vivere e vengono reinterpretate in chiave contemporanea, introducendo anche nuovi sviluppi tecnici. Lo stesso vale per i cronografi: fino alla fine degli anni Novanta utilizzavamo una base Lemania che ricevevamo grezza e lavoravamo interamente; in seguito siamo passati a calibri concepiti e prodotti dalla manifattura.

Patek Philippe3970EJ,

MATTEO BEGA

Quei movimenti Lemania erano splendidi. Penso alla referenza 3970, con il calibro CH 27-70 Q basato sul Lemania 2310/2320: per il mio gusto classico, le sue proporzioni sono quasi perfette.

LAURA GERVASONI

Certamente. Quel calibro veniva realizzato appositamente per noi e il lavoro svolto da Patek Philippe era enorme. Ma progettare e produrre internamente un movimento rappresenta anche un traguardo per una manifattura.

L’indipendenza voluta dalla famiglia Stern significa ridurre il più possibile la dipendenza dai fornitori, nel bene e nel male. Anche l’acquisizione della società di quadranti rispondeva a questa logica. Produrre internamente ci offre libertà organizzativa e creativa e consente un confronto continuo tra chi si occupa dell’estetica e chi segue la tecnica.

A volte il pubblico si chiede perché una determinata funzione non sia stata disposta diversamente o perché un orologio non sia più piccolo. Da fuori può sembrare semplice: «Perché non avete messo il correttore in un’altra posizione? Perché non lo avete fatto più sottile o più piccolo?». In realtà bisogna tenere insieme moltissimi vincoli.

Prendiamo il calendario perpetuo con visualizzazione in linea Ref. 5236P. Il sistema utilizza quattro dischi complanari: uno per il giorno della settimana, due per la data — decine e unità — e uno per il mese. Se fossero stati ancora più piccoli, le indicazioni non sarebbero risultate leggibili. Dietro una scelta apparentemente estetica ci sono spesso ragioni tecniche molto precise.

Philippe cal. 31-260

MATTEO BEGA

Mi viene in mente anche il cronografo Ref. 5070. Quando fu presentato, le dimensioni importanti potevano sembrare spiazzanti; oggi è uno dei Patek Philippe moderni più ricercati.

LAURA GERVASONI

Quando sono entrata stava ormai uscendo di produzione, ma era ed è un orologio bellissimo. A volte serve la forza di credere nelle proprie scelte senza inseguire il trend del momento. Il tempo può dare una lettura diversa a un modello. Penso anche alle casse step case: oggetti meravigliosi che forse, all’epoca, non furono apprezzati quanto meritavano.

La coerenza permette a un orologio di trovare il proprio posto anche molti anni dopo. Patek Philippe deve continuare a essere Patek Philippe, persino quando una scelta inizialmente non viene compresa da tutti.

Patek Philippe 5070P

MATTEO BEGA

Oggi alcuni appassionati scoprono Patek Philippe attraverso Nautilus, Aquanaut e, più recentemente, Cubitus. La mostra può diventare un ponte verso il resto della manifattura?

LAURA GERVASONI

Ho notato che alcuni clienti si avvicinano inizialmente al marchio cercando un orologio capace di esprimere un certo status. Ma quasi nessuno si ferma al primo acquisto. Conoscendo meglio Patek Philippe, molti iniziano ad apprezzare le complicazioni e le altre collezioni.

Anche un orologio solo tempo, del resto, non è necessariamente semplice da realizzare: possiede meno indicazioni, ma può richiedere un savoir-faire enorme. La mostra serve proprio a far capire che dietro un modello molto conosciuto esiste un universo molto più ampio.

La “Watch Art” Grand Exhibition guarda al passato, ma pone anche le basi per il futuro. Credo abbia una forza comunicativa superiore a molti altri strumenti. Può perfino ispirare una vocazione: un giovane ingegnere può scoprire che, oltre a progettare un ponte, potrebbe progettare un meccanismo.

I nostri ingegneri arrivano anche da discipline differenti. Nella divisione Advanced Research studiano materiali e soluzioni nuove, come i componenti flessibili capaci di svolgere la funzione di più parti tradizionali, riducendo gli ingombri. Poi c’è tutto il lavoro sul quadrante, sulle lancette, sul volto dell’orologio e, naturalmente, quello degli artisti e degli artigiani.

MATTEO BEGA

Oggi è più difficile preservare questi mestieri oppure educare il pubblico a comprenderne il valore?

LAURA GERVASONI

Entrambe le cose. Durante la crisi del quarzo, quando molte società chiusero o interruppero la produzione, Philippe Stern continuò a credere nell’orologeria meccanica. Teneva moltissimo anche allo smalto miniatura, agli automi e alla marqueterie. Se nessuno avesse continuato a commissionare quei lavori, certe competenze sarebbero andate perdute.

La domanda è cresciuta soprattutto negli ultimi anni. Negli anni Ottanta e Novanta c’erano molte meno occasioni per comunicare questi oggetti e per un periodo non venivano neppure esposti alle fiere. Da quando abbiamo iniziato a mostrarli, pendole, orologi da tasca e da polso decorati con queste tecniche sono diventati molto ricercati.

Si sono evoluti anche i soggetti. Accanto ai paesaggi tradizionali oggi possiamo rappresentare un surfista, una chitarra, un whisky on the rocks o temi ispirati alla cultura messicana. Alcune di queste idee, in passato, forse non sarebbero state comprese.

Proteggere i mestieri d’arte ha richiesto visione e un investimento di lungo periodo. Naturalmente anche noi dobbiamo vendere: per restare indipendenti bisogna essere finanziariamente sani. Ma queste arti non sono state mantenute in vita per ottenere un ritorno commerciale immediato. Rappresentano il savoir-faire dell’orologeria svizzera.

Patek Philippe Calatrava 5089G “Morning on the Beach”

MATTEO BEGA

Quando entrò in azienda, nel 1999, acquistò un Twenty~4. Lo possiede ancora?

LAURA GERVASONI

Certamente. Quando sono entrata conoscevo ancora poco l’orologeria; la passione è cresciuta negli anni. Sono molto affezionata al Twenty~4, benché sia un orologio al quarzo. Trovo che abbia ancora oggi un’estetica straordinaria e mi ricorda l’anno in cui sono arrivata in Patek Philippe. Scherzo sempre dicendo che ha avuto successo grazie a me!

È stato il mio primo Patek Philippe. Non è il più prezioso o il più raro, ma ha per me un valore emotivo enorme. Mi lega a un momento preciso della vita.

Quando un cliente acquista un nostro orologio non vogliamo che il venditore faccia semplicemente da «DHL». La scelta, l’attesa e la consegna devono diventare parte dell’esperienza ed essere condivise con lui. Nessuno ha davvero bisogno di un orologio meccanico: lo si sceglie per gratificarsi o per ricordare una nascita, un matrimonio, un battesimo, un momento importante. Per me il Twenty~4 rappresenta esattamente questo.

Patek Philippe Twenty~4

MATTEO BEGA

È cambiato negli anni il suo modo di guardare e scegliere un orologio?

LAURA GERVASONI

Io sono piuttosto concreta: scelgo anche in base alla stagione e a come sono vestita. Pur venendo da un interesse tecnico, la prima cosa che guardo è l’estetica. Se un orologio non mi piace, faccio fatica ad apprezzarlo. Un orologio si sceglie con il cuore. È come un’automobile: può avere un motore straordinario, ma se non mi piace il design, per me non basta.

Oggi deve esistere un connubio fra molti elementi, ma la qualità resta imprescindibile. Si può amare o non amare un Patek Philippe, e naturalmente si può discutere il design del Cubitus: il gusto è personale. Quando fu presentato e arrivarono le prime critiche, dissi che si poteva discutere la forma, ma non il modo in cui l’orologio era realizzato. Basta osservare l’alternanza delle superfici satinate e lucide e la complessità della cassa. La qualità costruttiva non può essere messa in discussione.

MATTEO BEGA

Se dovesse accompagnare un giovane appassionato alla “Watch Art” Grand Exhibition, davanti a quale orologio lo porterebbe per spiegargli il mondo di Patek Philippe?

LAURA GERVASONI

Forse davanti al Grandmaster Chime, creato per il 175° anniversario della manifattura e poi introdotto in collezione. Può piacere o non piacere, ma riunisce venti complicazioni tra le più complesse e un lavoro straordinario sui mestieri d’arte. È complesso nel movimento, nella cassa, nel quadrante, nelle lancette e in tutto il suo «abbigliamento».

Rappresenta la quintessenza di Patek Philippe. È anche l’orologio scelto per la comunicazione della mostra. Naturalmente va contestualizzato: non è un oggetto che tutti sceglierebbero di indossare, ma permette di comprendere fino a dove possa arrivare la manifattura.

Le 20 complicazioni del nuovo Patek Philippe Grandmaster Chime Ref. 5175 comprendono una grande e una piccola suoneria oltre a una ripetizione minuti.

Subito dopo gli mostrerei la collezione Rare Handcrafts realizzata appositamente per il mercato italiano. Ho già detto al signor Stern che ne vorrei un’altra, perché non siamo riusciti a sviluppare tutti i temi che avevamo immaginato. Abbiamo già anticipato una pendoletta decorata con arance: un soggetto allegro, che racconta anche un volto diverso delle arti decorative.

La “Watch Art” Grand Exhibition occuperà circa 3.000 metri quadrati del CityOval. È un investimento importante, pensato senza inseguire un ritorno economico immediato. Ed è forse proprio questa la chiave con cui leggere l’intera iniziativa: per diciassette giorni Patek Philippe non porterà a Milano soltanto i propri orologi, ma il tempo, le competenze e le persone necessarie a spiegare perché continuino ad avere un significato.


La mostra sarà aperta gratuitamente al pubblico dal 2 al 18 ottobre 2026, inclusi i fine settimana. La prenotazione è consigliata.

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